Questo articolo è stato scritto durante la prima iniziativa di terra messa in atto da persone dai paesi arabi e non che si tenne a ottobre. Non è mai stato pubblicato e sebbene non sia aggiornato con i fatti di oggi, l’essenza politica non cambia! Esprimiamo tutta la nostra solidarietà alle attiviste e agli attivisti arrestati dal regime di Haftar con la diretta complicità egiziana!

Pur avendo ricevuto una limitata attenzione nei contesti mediatici e politici europei, l’iniziativa del Convoglio della Fermezza, partito da Tunisi con l’obiettivo di raggiungere Rafah, ha contribuito a far emergere numerose e profonde contraddizioni interne ai Paesi del Nord Africa. La campagna diffamatoria condotta da Marocco ed Egitto, unitamente alla repressione attuata dalle autorità libiche ed egiziane nei confronti dei partecipanti, ha evidenziato non solo le fragilità strutturali dei regimi al potere, ma anche il crescente scollamento tra questi ultimi e le rispettive società civili.

Sin dall’avvio dell’operazione genocidaria condotta dal governo israeliano contro la popolazione palestinese, l’attenzione dell’opinione pubblica e dei media internazionali si è prevalentemente concentrata sulle mobilitazioni sviluppatesi in Europa -spesso assumendo un atteggiamento di condanna-, mentre scarsa considerazione è stata riservata alle forme di protesta che, sebbene fortemente limitate nei margini d’azione, hanno avuto luogo nei Paesi arabi.

Come avviene da decenni, si è preferito focalizzare l’analisi sul ruolo dei governi arabi, assumendo erroneamente che essi possano rappresentare i sentimenti e l’orientamento delle rispettive popolazioni. Tale approccio, distorto e riduttivo, è il risultato di una lettura geopolitica, oltre che coloniale, che tende a ignorare la complessità delle dinamiche socio-politiche interne alla regione e a riconoscere nei regimi autoritari dei referenti legittimi delle volontà popolari.

Questa narrazione è stata tuttavia smentita dai fatti, in particolare dalle mobilitazioni di piazza che, con intensità differenziata a seconda del contesto nazionale, si sono susseguite con continuità negli ultimi due anni. Sebbene alcuni regimi tollerino manifestazioni di solidarietà con la causa palestinese, queste sono percepite come potenziali minacce alla stabilità dell’ordine interno e vengono spesso gestite attraverso forme sistematiche di repressione.

Un caso emblematico è quello dell’Egitto, dove, nel 2023, il regime guidato da Abd al-Fattah al-Sisi ha organizzato manifestazioni pro-Palestina, indicando in maniera precisa tempi e luoghi per il loro svolgimento. Ciononostante, una parte dei manifestanti ha disatteso le disposizioni ufficiali, tentando di raggiungere Piazza Tahrir e trasformando così la protesta in un atto di dissenso diretto contro il governo.

Analogamente, in Marocco – uno dei quattro Paesi arabi che hanno normalizzato i rapporti con Israele – si è assistito a mobilitazioni popolari di vasta portata, accompagnate da forme di disobbedienza civile, come l’attivismo dei lavoratori portuali che hanno impedito il transito di carichi di armi destinati a Israele.

L’elemento comune che attraversa queste forme di protesta è di natura eminentemente politica, sebbene rivendicazioni chiare di opposizione ai regimi non sempre emerge. Esse mettono in luce una complicità, più o meno esplicita, tra gli apparati statali arabi e lo Stato israeliano – una dinamica già denunciata negli anni Settanta da Ghassan Kanafani nella sua analisi della Rivoluzione Palestinese del 1936-1939. Tale complicità non solo inibisce ogni azione di pressione reale nei confronti di Israele, ma limita fortemente anche la possibilità di un’espressione autonoma delle masse arabe in solidarietà con la Palestina.

Il convoglio della Fermezza e la debolezza della ‘stabilità autoritaria’

In questo contesto, il Convoglio della Fermezza – noto anche come Convoglio del Sumud – è stata un’ulteriore occasione per far emergere le contraddizioni interne e tra paesi della regione.

L’iniziativa è nata dalle mobilitazioni popolari a sostegno della Palestina in Tunisia, da cui è scaturita la costituzione del Coordinamento dell’Azione Congiunta per la Palestina (Tansīqiyyat al-ʿamal al-mushtarak min ajl Filasṭīn), che a sua volta, da una prospettiva intra-araba, ha promosso la nascita del Convoglio del Sumud. La finalità dichiarata del Convoglio consiste(va) nel rompere l’assedio imposto alla Striscia di Gaza, attraverso un’azione coordinata che coinvolgesse attivisti e organizzazioni provenienti da diversi Paesi nordafricani, con l’obiettivo finale di raggiungere il valico di Rafah, al confine egiziano.

Dalla Tunisia sono partiti nove pullman e numerose automobili, ai quali si erano già aggregati circa un centinaio di partecipanti provenienti dalla vicina Algeria e dalla Mauritania, con l’obiettivo di innescare una dinamica a effetto valanga lungo il percorso attraverso la Libia e l’Egitto. Diversi attivisti, in particolare marocchini, impossibilitati a varcare il confine algerino, avevano già raggiunto Il Cairo in aereo. Si trattava di un’azione congiunta che si inseriva nel quadro della marcia globale per Gaza, organizzata a livello internazionale, e che aveva visto convergere nella capitale egiziana numerose delegazioni, in particolare provenienti dall’Europa.

Le basi politiche del Convoglio sono apparse sin da subito ben delineate, grazie all’elaborazione di un confronto politico maturato all’interno delle mobilitazioni tunisine, le quali hanno espresso fin dall’inizio una chiara vocazione transnazionale.

Le azioni di solidarietà nei confronti di alcuni attivisti arrestati in Giordania, così come la denuncia della repressione in Egitto e in Tunisia, non solo attestano l’esistenza di una solidarietà intra-araba, ma mettono soprattutto in luce come la questione palestinese rappresenti un fattore di critica e messa in discussione delle politiche dei regimi arabi. L’uso ricorrente, nei materiali informativi del Convoglio, del termine shaʿbna (“il nostro popolo”) per designare il popolo arabo nel suo insieme, riflette la volontà di costruire una forma di solidarietà intra-araba capace di trascendere i confini nazionali.

Ciò che ha caratterizzato in maniera significativa la campagna politica del Coordinamento tunisino è stata l’attenzione riservata al tema della normalizzazione dei rapporti con Israele, divenuto uno snodo centrale nel discorso politico arabo contemporaneo e che sembra interessare la maggior parte delle élite al potere.

Nel caso tunisino, sebbene il governo tunisino abbia formalmente mantenuto una posizione contraria alla normalizzazione – come dimostrano i dibattiti parlamentari del 2023 in merito a una proposta di legge volta a criminalizzare ogni forma di cooperazione con lo Stato israeliano – tale posizione, secondo lo stesso Coordinamento del Convoglio, è stata il risultato di forti pressioni popolari piuttosto che l’espressione di una volontà autonoma del regime.

La campagna contro la normalizzazione ha assunto un duplice significato: da un lato, un gesto di solidarietà transnazionale nei confronti del popolo palestinese; dall’altro, un atto di opposizione a un meccanismo che alimenta la frattura tra governanti e governati.

L’ampio sostegno riscontrato lungo il percorso del Convoglio – evidente nella partecipazione spontanea delle comunità locali e nelle manifestazioni organizzate al suo passaggio – ha rappresentato un chiaro segnale di dissenso rispetto alle politiche ufficiali dei rispettivi governi, confermando la distanza tra le aspirazioni popolari e le scelte delle élite al potere.

Inoltre, la semplice adesione al Convoglio della Fermezza ha assunto, per numerosi regimi della regione, un significato fortemente politico, configurandosi come una presa di posizione critica nei confronti degli assetti istituzionali esistenti e delle politiche ufficiali adottate. Il caso del Marocco si presenta come particolarmente emblematico: oltre alla presenza fisica di delegazioni marocchine, l’adesione di alcuni movimenti all’iniziativa ha suscitato una forte reazione di indignazione da parte delle autorità del Regno. Infatti, il Convoglio non solo ha denunciato apertamente il processo di normalizzazione delle relazioni con Israele, ma ha anche toccato uno dei punti più sensibili per la Monarchia: la questione del Sahara Occidentale. In particolare, una delle grafiche diffuse dagli organizzatori rappresentava la mappa del Marocco senza le cosiddette “province meridionali”, termine ufficiale con cui Rabat indica i territori saharawi. Tale rappresentazione cartografica ha innescato forti reazioni istituzionali e mediatiche, culminando nella criminalizzazione dei soggetti che avevano manifestato l’intenzione di prendere parte al Convoglio, traducendosi in una campagna mediatica di diffamazione.

Più in generale, l’iniziativa ha rappresentato un banco di prova per la tenuta dell’ordine politico nordafricano. Pur non configurandosi come un progetto rivoluzionario in senso stretto, il semplice attraversamento dei confini nazionali da parte di un’azione collettiva coordinata ha evidenziato le fragilità strutturali degli apparati statali.

A tutto ciò si sono aggiunte dinamiche di natura ideologica che hanno messo in luce una notevole convergenza di interessi tra i diversi regimi dell’area. Tra questi, l’Egitto ha assunto un ruolo di primo piano nel processo di criminalizzazione del Convoglio. In un articolo pubblicato dal quotidiano al-Yawm al-Sābiʿ, l’iniziativa è stata descritta come un progetto eversivo, sostenuto – secondo la narrativa ufficiale – dalla Fratellanza Musulmana, con l’obiettivo di destabilizzare il Paese.

Nel tentativo di costruire un immaginario di minaccia, l’articolo evocava persino la questione delle presunte infiltrazioni di spie israeliane in Iran e il loro ruolo nei recenti attacchi nel Paese, suggerendo la possibilità di infiltrazioni simili all’interno del Convoglio. Nonostante le rassicurazioni fornite da Wael Nawwar, portavoce tunisino dell’iniziativa, che ha ribadito la finalità esclusiva dell’azione – ovvero rompere l’assedio a Gaza e non interferire con gli equilibri interni dell’Egitto – il regime di al-Sisi ha negato l’autorizzazione all’ingresso nel Paese, lasciando migliaia di attivisti bloccati in Libia.

Parallelamente, le autorità egiziane hanno adottato misure repressive nei confronti di coloro che avevano raggiunto il Cairo via aerea, procedendo con arresti arbitrari e intensificando la sorveglianza nei confronti di attivisti arabi e internazionali e sostenitori locali dell’iniziativa. La posizione egiziana ha innescato una catena di reazioni che hanno coinvolto anche le autorità della Libia orientale: il cosiddetto “governo” di Khalifa Haftar – figura dominante nella Cirenaica – ha deciso di bloccare il Convoglio alle porte di Sirte, procedendo all’arresto di circa venti partecipanti, senza che venisse formulata alcuna accusa formale.

Come già avvenuto in altri contesti, anche in questo caso la narrativa promossa dai regimi della regione è penetrata all’interno del discorso pubblico e mediatico occidentale. In quelle rare occasioni in cui l’iniziativa ha ricevuto attenzione da parte di analisti ed “esperti” europei, essa è stata spesso descritta nei termini di una minaccia alla stabilità del regime egiziano – definita, ad esempio, come “un coltello alla gola del regime di al-Sisi” – oppure è stata ridotta a un’espressione di militanza islamista. Tale rappresentazione, oltre a oscurare la complessità dell’iniziativa, ha contribuito a marginalizzare i veri promotori del Convoglio, i quali, pur operando in un contesto che include anche componenti islamiste, non appartengono a tale orientamento ideologico e hanno mantenuto un’impostazione politica autonoma e pluralista.

Cosa ci dice il Convoglio della fermezza?

Alla luce di quanto esposto, è lecito interrogarsi su ciò che simili iniziative, come il Convoglio della Fermezza, rivelano rispetto agli assetti politici e sociali della regione. In primo luogo, esse mettono in discussione una delle narrazioni dominanti sulla politica mediorientale e nordafricana, ovvero quella dell’allineamento tra regimi autoritari e popolazioni da essi governate. Tale narrazione, spesso riproposta da osservatori occidentali, si rivela del tutto infondata: le mobilitazioni spontanee, le adesioni popolari e le reti di solidarietà transnazionale dimostrano come vi sia una frattura profonda tra gli apparati di governo e il sentire delle società civili.

In secondo luogo, queste forme di attivismo – per quanto limitate nei loro effetti pratici immediati – hanno evidenziato la rilevanza politica di gesti apparentemente marginali o simbolici. Il Convoglio, nella sua capacità di generare reazioni istituzionali sproporzionate, ha mostrato come l’ordine autoritario vigente nei Paesi della regione sia tutt’altro che solido. La durezza delle risposte – il dispiegamento massiccio di forze di sicurezza, la diffamazione mediatica dei partecipanti, gli arresti arbitrari – dimostra quanto siano fragili i meccanismi di legittimazione del potere, nonché quanto sia elevata la percezione del rischio associato a ogni forma di mobilitazione dal basso.

L’esperienza del Convoglio della Fermezza rappresenta, in questo senso, un caso paradigmatico: essa non solo ha denunciato l’assedio a Gaza, ma ha anche contribuito a infrangere – almeno simbolicamente – gli assedi politici e ideologici imposti all’interno degli stessi Paesi arabi con la complicità europea e occidentale tutta.

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