In questo ultimo periodo, soprattutto durante lo sviluppo di un ampio movimento in solidarietà al popolo palestinese, nei media italiani, rimbalza spesso la parola Palestinismo. Un concetto nuovo apparentemente, ma che riflette plasticamente l’ignoranza del vocabolario palestinese e della sua lotta contro l’oppressore sionista. Il significato attribuitogli è molto interessante perché in esso si rivedono i posizionamenti dei liberal nostrani che hanno come unico obiettivo quello di descrivere in maniera negativa l’intero movimento. Tuttavia, il palestinismo, se proprio vogliamo fare un’analisi filologica, è qualcosa di diverso soprattutto se si va a ricercare nel vocabolario politico palestinese.
Nel criticare l’organizzazione di un incontro tra Francesca Albanese e Nino di Matteo, rispettivamente special rapporteur dell’ONU per i Territori Occupati palestinesi e magistrato anti-mafia, il giornalista de “Il Dubbio”, Damiano Aliprandi, in un post su Facebook dedicato all’evento, scrive: “Ed ecco che arriva finalmente la saldatura tra il palestinismo (una sorta di religione politica totalizzante che non ha nulla a che vedere con la sacrosanta solidarietà al popolo di Gaza – difendendolo magari anche da Hamas – o con la critica al governo – ripeto, governo – israeliano) e l’antimafia ufologica”. Non entriamo in merito delle posizioni dell’autore rispetto al suo approccio alla magistratura italiana rispetto alla lotta alla mafia (non ne abbiamo le conoscenze), tuttavia, sul fatto che il palestinismo sia una sorta di religione, allora ci sentiamo di dare una nostra opinione a riguardo.
Siamo chiari, non è il solo Aliprandi che ha usato questo termine per descrivere la vicinanza e la militanza vicino al popolo palestinese, anzi, il giornalista ha preso ispirazione, probabilmente, da un articolo dell’Huffinton Post, a firma di Sofia Ventura, che riporta la stessa identica definizione del concetto. Addirittura nel 2015, in un ritaglio del Giornale dell’Umbria, in un articolo recensione di Leonardo Rossi del libro di Bat Ye’or “Eurabia: l’asse euro-arabo”, definisce il palestinismo: “Ma cos’è il palestinismo? «È una politica europea che abbraccia molti aspetti e punta a un solo obiettivo: la distruzione di Israele e la sua sostituzione con la Palestina»”.
A questo si aggiunge una visione molto più complessa e ricca di concetti come quella riportata da “Il Riformista” che per screditare il termine, forse involontariamente, riporta alcune verità politiche che vale la pena analizzare: “Il palestinismo è perciò una versione aggiornata del terzomondismo – al tempo in cui con l’inizio del secolo e del millennio, l’11 settembre del 2001, il fondamentalismo islamico si è affacciato al mondo come ‘soggetto politico globale’. Aggiornata anche all’irrompere, con la guerra d’Ucraina, dell’assolutismo dispotico e distopico nella geopolitica del mondo, che cerca il suo riconoscimento di potenza mondiale: anch’esso, dunque, va ‘assorbito’ in quanto portatore di un anti-occidentalismo banale: il palestinismo è la versione ‘umanizzata’ del campismo”.
Il palestinismo palestinese
Come detto, la definizione del riformista probabilmente è la più interessante -le altre citate hanno altri tipi di criticità che affronteremo nell’ultima sezione di questo scritto- poiché involontariamente e da un posizionamento di critico verso il movimento in solidarietà alla Palestina -cosa aspettarsi da “Il Riformista”?-. Iniziamo dalle prime parole: “il palestinismo è una versione aggiornata del terzomondismo”. Vero, ma bisogna prendere in considerazione del Palestinismo dei palestinesi, cioè cosa intendevano i palestinesi per con questo concetto.
Il Palestinismo nasce nel post-1967 dopo che il sogno del panarabismo fallì sotto i colpi della cosiddetta “Guerra dei sei giorni” e la disfatta di Egitto, Siria e Giordania contro Israele. Il mondo arabo entrò in una crisi, così come le politiche stataliste dei diversi paesi (in primis l’Egitto), definendo un nuovo posizionamento dell’intero mondo arabo. Per quanto la crisi colpì le diverse realtà politiche della regione, facendo entrare in una profonda crisi, soprattutto le formazioni della sinistra araba (fiancheggiatrice dei regimi al potere, tradendo le rivendicazioni di classe e sempre più convinta che appoggiare i regimi significava di fatto far avanzare la rivoluzione socialista a tappe -si veda la tattica del Fronte unico stalinista-), il movimento nazionale palestinese riuscì a scampare dai colpi della crisi. Come ci riuscì? Ci riuscì attraverso due elementi: la battaglia di Karameh del 1968 e la svolta nazionalista, ovvero il palestinismo.
Prima del 1967 lo slogan palestinese sia della destra (Fatah) che la sinistra era il fatto che la liberazione palestinese non poteva avvenire se non attraverso l’unità araba. Una strategia figlia dello zeitgeist degli anni ’50 e ’60. La sconfitta del 1967, nonostante la dura crisi del mondo arabo, il movimento di liberazione palestinese ne uscì addirittura rafforzato. La sua ferma critica ai paesi arabi -soprattutto Fatah- ebbe la meglio. A rafforzare il movimento di Arafat fu la vittoria della battaglia di Karameh quando le forze militari israeliane attaccarono le postazioni dei Fedayyin in un piccolo villaggio al confine in Giordania. I combattenti palestinesi, con il supporto dell’esercito giordano riuscirono ad evitare la distruzione delle postazioni della resistenza. Non una sconfitta israeliana, ma il danneggiamento e l’abbattimento di alcuni elicotteri, fecero emergere l’idea che i Fedayyin avessero vinto la battaglia. Questo portò Fatah a assumere un ruolo di prim’ordine nella resistenza e la vittoria, per quanto simbolica e per quanto il grosso dei meriti sono da dare all’esercito hashemita, vararono una nuova strategia: il nazionalismo palestinese e la resistenza come unica via per la liberazione della Palestina.
L’idea era quella di portare avanti una strategia di guerriglia, in linea con i principali movimenti del cosiddetto terzo mondo, sebbene in un contesto molto diverso rispetto agli altri casi. Il palestinismo, dunque, era un concetto strettamente legato al nazionalismo palestinese e, soprattutto, nello sviluppo dell’idea che alla liberazione palestinese era compito, solo ed esclusivamente, dei palestinesi. Una posizione che finì per diventare egemonica all’interno dell’intero movimento di liberazione nazionale, facendo spostare verso destra anche le formazioni a sinistra -soprattutto il Fronte Popolare per Liberazione della Palestina, FPLP-.
Si trattava di una postura limitante, incapace di cogliere i reali rapporti di forza presenti sul terreno, maturata all’interno di un sistema internazionale diviso in blocchi contrapposti. In una prima fase si perseguì una linea di relativa autonomia, mentre in seguito si finì per aderire alle dinamiche proprie della logica bipolare. Non fu un caso che il movimento palestinese prima cercò sostegno dei non allineati e successivamente all’URSS. Una dinamica normale per l’epoca, ma che evidenziava i limiti nei rapporti di forza con il sionismo e il suo legame con l’imperialismo americano e nell’incapacità di creare un fronte arabo, indipendente dai due blocchi e che mettesse al centro la natura di classe dell’autodeterminazione dell’intera periferia dell’impero e generando una dipendenza dall’uno o dall’altro blocco.
Oggi, essenzialmente il palestinismo è ancora vivo e vegeto e cerca, soprattutto nel campo politico palestinese e nelle sue formazioni più radicali, nel rigenerare una sorta di campismo del XXI secolo. Questo è stato evidente nell’attacco USA contro l’Iran che ha rafforzato l’idea che qualsiasi attore che si opponga all’imperialismo americano in un’ottica di creare un fronte unico che possa scalfire il “pirata americano”.
In questo senso, involontariamente, “Il Riformista” ha ragione avendo torto. Il palestinismo non è di certo frutto dell’emergere di pulsioni islamiste o che il movimento pro-palestina in Italia e nel mondo appoggi il regime iraniano in funzione anti-americana. Ci sono determinate storture, ci sono determinati posizionamenti, ma non possono essere criticati da una posizione borghese che preferisce l’esportazione della democrazia (che poi è diventato la difesa dello status quo -si veda il recente accordo tra Iran e USA).
Palestinismo: un altro ismo da criminalizzare
Il palestinismo così come inteso dal fronte pro-israeliano italiano è di fatto un concetto essenzialmente nuovo. Un modo questo di etichettare il movimento con quel suffisso “ismo” che sembra voler inserire il lemma dentro quella retorica volta a dire che ogni ismo è negativo. Il palestinismo è forse l’ultimo arrivato. Ed è proprio questa l’idea che questa narrativa mira ad avere i nuovi sostenitori della crociata contro il movimento in solidarietà alla Palestina, inserirla cioè all’interno del calderone delle ‘ideologie negative’ o forse dell’ideologia in generale. Un’operazione figlia del post-1989 dove tutto ciò che arriva a criticare più o meno radicalmente le nefandezze dell’imperialismo occidentale e oggi quelle del sionismo e la sua natura reazionaria e criminale. Un modo questo per dire che la verità è un’ipotetica obiettività, ovvero l’assenza dell’elemento politico che da un lato polarizza -bene contro il male- e dall’altro restare al di sopra dei fatti oggettivi poiché mira alla pacificazione. Una pacificazione che segua le dinamiche imposte, più o meno in maniera consensuale -o accettazione passiva- dei dettami della pace liberale.
Questo porta con sé tutta la violenza sionista contro Gaza, ma anche l’ondata repressiva nei confronti del movimento internazionale che in Italia -ma anche in Germania e nel Regno Unito- si è tradotta in una stretta securitaria legittimata attraverso il varo sulla Legge Romeo contro l’antisemitismo o nell’ondata di arresti e cause in tribunale a Torino, a Roma e Milano. Il tutto in mezzo a un movimento che è stato animato da ondate di protesta senza precedenti come il “blocchiamo tutto”. La centralità dei lavoratori e lavoratrici in alcuni settori strategici, così come la partecipazione attiva degli studenti e studentesse delle università ha di fatto posto alcune questioni che hanno messo a repentaglio non solo la narrativa pro-sionista di governo e opposizione, ma anche la convinzione del governo di poter governare senza alcun ostacolo.
Come contrastare tutto ciò?
La vera battaglia di certo non sarà contro un concetto, altrimenti si scadrebbe in un dibattito talmente ristretto che neanche le sensibilità più argute potrebbero seguire. Tuttavia, le parole sono importanti, soprattutto all’interno di un contesto di crisi e guerre che stiamo attraversando. Criticare e mettere in evidenza tali storture significa in prima battuta comprendere in che modo la classe dominante sta reagendo di fronte alla grande mobilitazione di questi ultimi anni. Non si tratta di comprendere cosa pensa un determinato giornalista o una determinata testata, ma comprendere in che modo questo tipo di operazione possa intaccare l’opinione pubblica e il senso comune.
La risposta che darebbe forse una qualsiasi persona minimamente impegnata, direbbe che c’è bisogno di una controegemonia culturale, evocando il sempreverde Gramsci. Questo tuttavia finirebbe per rendere la battaglia meramente culturale che produrrebbe al massimo un limitato seguito dai già ‘istruiti’ -che conoscono probabilmente a memoria tutta la scuola post-coloniale e degli studi subalterni. Questo è già evidente nella produzione editoriale da parte di rispettabilissimi studiosi di Palestina e affini che nella maggior parte, salvo rare, ma preziose, eccezioni, si sono concentrati più sulle parole che sulla strategia di questa battaglia. Non è un modo per sminuire determinati studi (chi scrive si alimenta degli scritti degli studi post-coloniali e dei subaltern studies). La necessità oggi è forse portare avanti un discorso critico e indipendente e che pone al centro della critica dei limiti del nuovo campismo (non quello de “Il Riformista”) e proporre una strategia realmente critica dell’imperialismo, anche delle sue parole.
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