La Grande Rivoluzione palestinese del 1936-1939 è considerata tra le più rilevanti insurrezioni anticoloniali affrontate dall’Impero britannico nel periodo tra le due guerre mondiali. Essa fu il risultato dell’accumularsi, nel corso di molti anni, di sentimenti di rabbia e frustrazione tra gli arabi palestinesi, nonché del fallimento dei tentativi della leadership del movimento nazionale palestinese di indurre il governo britannico ad assumere un ruolo meno sbilanciato a favore del progetto sionista, volto alla creazione di un focolare nazionale ebraico in Palestina. La rivolta si collocò inoltre nel contesto di un’ondata rivoluzionaria anticoloniale che interessò diversi paesi arabi, in particolare Egitto e Siria, tra il 1935 e il 1936.
Premesse della rivolta
Nel corso degli anni Venti del XX secolo, la Palestina fu teatro di numerose sollevazioni contro l’insediamento ebraico, tra cui spicca la cosiddetta “rivolta del Buraq”, verificatasi nell’ultima settimana dell’agosto 1929, in risposta al tentativo ebraico di assumere il controllo del Muro Occidentale del complesso della Spianata delle Moschee, oltre il semplice diritto di visita e preghiera. A differenza delle precedenti sollevazioni, tale rivolta si estese alla maggior parte delle città palestinesi, coinvolgendo anche quartieri ebraici in città quali Hebron, Safed, Nablus e Beisan, e provocando centinaia di vittime e feriti tra arabi ed ebrei, prima di essere repressa con grande difficoltà dalle autorità britanniche.
All’indomani di questi eventi, emersero i primi segnali di un orientamento del movimento nazionale palestinese verso la lotta diretta contro il colonialismo britannico, un processo rafforzato dal crescente ruolo dei membri del Partito dell’Indipendenza Araba, fondato nell’agosto 1932, che individuava nel colonialismo britannico la “radice del male”. Questo carattere anticoloniale si manifestò chiaramente nelle manifestazioni e negli scontri verificatisi a Gerusalemme e Giaffa nell’ottobre 1933, diretti in modo esplicito contro la presenza britannica in Palestina.
Nel corso della prima metà degli anni Trenta, la Palestina conobbe profondi mutamenti che contribuirono a consolidare le basi del progetto del focolare nazionale ebraico. Tra il 1930 e il 1935 giunsero nel paese circa 150.000 immigrati ebrei, molti dei quali dotati di capitali, competenze tecniche e qualifiche professionali. Nel solo 1935 arrivarono circa 62.000 immigrati, accompagnati da trasferimenti di capitale pari a 15 milioni di sterline, dando un forte impulso all’economia ebraica. Parallelamente, l’economia araba entrò in una fase di grave crisi: numerosi settori agricoli e industriali, come la coltivazione di ortaggi e tabacco, nonché la produzione di olio d’oliva, subirono un declino significativo. Gli ebrei arrivarono a controllare oltre la metà delle terre coltivate ad agrumi.
L’acquisizione massiccia di terre da parte delle istituzioni ebraiche favorì la comparsa di una nuova classe sociale rurale, quella dei contadini impoveriti, e intensificò il fenomeno dell’esodo rurale verso le città. Tuttavia, le città palestinesi erano già afflitte da un crescente tasso di disoccupazione tra i lavoratori arabi, aggravato dalla politica del “lavoro ebraico” promossa dalle organizzazioni sioniste.
In tale contesto di forte competizione economica e sociale, si intensificò la mobilitazione dei lavoratori arabi e si ampliarono le loro organizzazioni sindacali. Furono costituite anche milizie operaie per contrastare la politica dell’Histadrut, mentre si moltiplicarono scontri violenti tra contadini impoveriti, forze di polizia e coloni ebrei. Parallelamente, si diffusero gruppi armati nelle zone montuose, tra cui quello guidato dallo sceicco ʿIzz al-Dīn al-Qassām. La sua uccisione, il 20 novembre 1935 nei pressi del villaggio di Ya‘bad, nella regione di Jenin, durante uno scontro con le forze britanniche, ebbe un forte impatto sull’intero paese e contribuì ad alimentare il clima rivoluzionario.
Le due fasi della rivolta
Questi sviluppi, insieme alla grande manifestazione tenutasi ad Haifa il 21 novembre 1935 in occasione dei funerali di al-Qassām, prepararono il terreno per lo sciopero generale proclamato il 20 aprile 1936 da un comitato nazionale a Nablus, in seguito alla notizia dell’uccisione di quattro palestinesi a Giaffa da parte di coloni ebrei. Nei giorni successivi si formarono comitati nazionali analoghi in numerose città palestinesi, affiancati da organismi specializzati come comitati di soccorso e di boicottaggio dei prodotti ebraici.
Temendo che la guida del movimento rivoluzionario passasse a leadership locali, i capi dei partiti arabi istituirono il 25 aprile 1936 il Comitato Arabo Supremo, presieduto dal muftì Ḥajj Amīn al-Ḥusaynī. Esso invitò a proseguire lo sciopero generale fino a un cambiamento sostanziale della politica britannica e avanzò richieste precise: cessazione dell’immigrazione ebraica, divieto di trasferimento delle terre agli ebrei e creazione di un governo nazionale responsabile davanti a un’assemblea rappresentativa.
Il rifiuto britannico portò a un’ulteriore escalation: il 14 maggio fu proclamato il boicottaggio fiscale, mentre le autorità britanniche reagirono autorizzando nuovi ingressi di immigrati ebrei e aprendo il porto di Tel Aviv. Ciò segnò l’inizio della lotta armata nelle campagne e trasformò i disordini in una vera e propria rivolta contro il dominio britannico. Questa prima fase si concluse nell’ottobre 1936, quando, su mediazione di leader arabi, fu deciso di sospendere lo sciopero.
La seconda fase ebbe inizio alla fine del settembre 1937, in seguito all’assassinio del governatore della Galilea, Lewis Andrews. Le autorità britanniche risposero con arresti di massa, lo scioglimento del Comitato Arabo Supremo e l’esilio di numerosi leader palestinesi. La rivolta riprese con maggiore intensità e si protrasse fino allo scoppio della Seconda guerra mondiale nel settembre 1939. In questa fase, caratterizzata da un ruolo centrale dei contadini, i combattimenti divennero più estesi e violenti, includendo attacchi organizzati a città e insediamenti e azioni di sabotaggio contro infrastrutture e installazioni britanniche.
Le misure repressive britanniche
Fin dall’inizio della rivolta, le autorità britanniche introdussero misure straordinarie: coprifuoco, tribunali speciali, pene severe (fino alla pena di morte) e sanzioni collettive contro intere comunità. Fu inoltre rafforzata la presenza militare, con l’invio di truppe e mezzi corazzati, e fu instaurata la legge marziale.
Le autorità ricorsero sistematicamente alla distruzione di abitazioni, all’imposizione di multe collettive e alla creazione di campi di detenzione. Particolarmente emblematico fu il bombardamento e la demolizione di ampie parti della città vecchia di Giaffa nel giugno 1936, che causò migliaia di sfollati.
Parallelamente, la Gran Bretagna intensificò la collaborazione con le organizzazioni sioniste, legalizzando e armando forze di sicurezza ebraiche e contribuendo alla loro strutturazione militare.
Esiti e conseguenze
Nonostante l’ampiezza e la durata, la rivolta iniziò a indebolirsi verso la fine degli anni Trenta, a causa della carenza di armi, delle divisioni interne e dei cambiamenti nel contesto internazionale. La repressione britannica, unita alla crescente forza organizzativa e militare del movimento sionista, portò alla sconfitta della rivolta.
Il fallimento della Grande Rivoluzione palestinese aprì la strada agli eventi del 1948: da un lato indebolì profondamente il movimento nazionale palestinese, dall’altro rafforzò le strutture politiche e militari della comunità ebraica in Palestina. Il ruolo decisivo dell’apparato militare britannico nel determinare l’esito della rivolta è riconosciuto anche da parte della storiografia israeliana, che sottolinea come senza tale sostegno il movimento sionista difficilmente avrebbe potuto prevalere nel conflitto successivo.
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