C’era una vecchia canzone del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina che recitava: “al mondo abbiamo fatto sentire la nostra voce, scriviamo sui nostri proiettili che i combattenti del Fronte non hanno paura della morte”. E verrebbe da aggiungere: non solo quelli del Fronte, ma un’intera generazione palestinese che, soprattutto nel periodo successivo al 1967, trasformò la lotta armata in uno strumento di esistenza politica. Le azioni nei territori occupati e all’estero fecero conoscere al mondo la questione palestinese in un momento in cui tutto sembrava crollare.
Crollava sotto i colpi israeliani della cosiddetta Guerra dei Sei Giorni il nasserismo, insieme al sogno — almeno sul piano retorico — dell’unità araba. Ma mentre i regimi arabi uscivano sconfitti, i palestinesi rimasero in piedi. Anzi, da quella sconfitta nacque una nuova consapevolezza politica: il “palestinismo”. Non nel significato contemporaneo e genericamente “pro-palestinese”, ma come idea sviluppata soprattutto dentro al-Fatah: se il nazionalismo arabo aveva fallito e il progetto unitario si era rivelato incapace di liberare la Palestina, allora la liberazione doveva essere affidata ai palestinesi stessi.
Era la convinzione che i palestinesi, da soli, avrebbero potuto farcela.
Quella convinzione si nutriva delle esperienze rivoluzionarie del tempo: gli algerini contro il colonialismo francese, i vietnamiti nella loro guerra di liberazione, Cuba e le lotte anticoloniali africane. C’era certamente una componente di azzardo politico, ma anche la presa d’atto di una realtà araba incapace di opporsi davvero all’espansionismo israeliano e troppo frammentata per realizzare quell’unità che per anni aveva sbandierato.
Da qui la scelta della guerriglia, della guerra di logoramento, delle tattiche “mordi e fuggi”: strumenti classici di ogni movimento di liberazione nazionale. Eppure, come molti dirigenti palestinesi hanno spesso ricordato, “il caso palestinese è unico al mondo”. Non perché il colonialismo d’insediamento sia un fenomeno esclusivamente palestinese — basti pensare ai nativi americani, agli aborigeni australiani o al Sud Africa dell’apartheid — ma perché raramente un progetto coloniale così radicato ha trovato di fronte a sé una popolazione capace di resistere tanto a lungo.
Ma la resilienza, da sola, non basta.
Non basta perché Israele non ha potuto contare soltanto sulla propria superiorità militare ed economica, ma anche sull’appoggio — spesso implicito ma costante — delle potenze occidentali e sull’ambiguità dei regimi arabi. Gli stessi regimi che, ieri come oggi, sono rimasti legati agli interessi dell’imperialismo americano ed europeo. E i palestinesi furono lasciati soli anche da molte forze che, almeno teoricamente, avrebbero dovuto sostenerli. È il caso di numerosi partiti comunisti arabi degli anni Sessanta e Settanta, più interessati a seguire la linea di Mosca e l’equilibrio con i regimi esistenti che a costruire un vero progetto rivoluzionario radicato nelle classi lavoratrici.
Nemmeno il movimento di liberazione palestinese sfuggì a queste contraddizioni. al-Fatah non fu mai realmente socialista, nonostante al suo interno esistessero correnti radicali e maoiste guidate da figure come Naji Allush e Munir Shafiq. Allo stesso tempo, le organizzazioni della sinistra palestinese — dal Fronte Democratico per la Liberazione della Palestina al Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina — finirono spesso intrappolate nelle stesse logiche regionali.
Resistere, dunque. Anche con le armi.
Così fece Dalal Mughrabi, convinta che la sua azione avrebbe imposto al mondo di ascoltare la voce palestinese. E in parte ci riuscì: divenne un simbolo nei quartieri della Beirut palestinese, nella cosiddetta “Repubblica di Fakhani”, allora centro politico dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina. Ma restavano tutti i limiti di una lotta combattuta dentro rapporti di forza profondamente squilibrati.
Ed è proprio qui che emerse una delle principali debolezze del movimento palestinese: l’incapacità, soprattutto della sua ala burocratica, di interrogarsi seriamente sui rapporti di forza reali. Negli anni Ottanta furono soprattutto i fuoriusciti di al-Fatah e le correnti maoiste a porsi una domanda cruciale: la guerriglia poteva davvero vincere nel lungo periodo?
Molti arrivarono a una risposta negativa. Ma mentre maturava questa riflessione, il panorama politico venne travolto dall’ondata islamista seguita alla Rivoluzione iraniana. Numerosi ex maoisti finirono per aderire ai movimenti islamisti: non era più la lotta di classe il motore della storia, ma l’Islam; non più la classe lavoratrice il soggetto rivoluzionario, ma la Umma; non più il fida’i, ma il mujahid.
Eppure, anche questo passaggio non riuscì a spezzare davvero i limiti strutturali della lotta palestinese. Cambiarono linguaggi, simboli e riferimenti ideologici, ma i rapporti di forza rimasero sostanzialmente invariati.
Da qui nasce forse la necessità di ripartire da capo. Liberarsi delle sovrastrutture che, nella pratica, hanno inciso poco sul processo di liberazione. In questo senso, alcune riflessioni degli anni Settanta oggi sembrano tornare attuali. Tra queste quelle di Jabra Nicola, figura troppo spesso dimenticata, che insieme a militanti palestinesi ed ebrei sviluppò una critica radicale tanto dell’occupazione israeliana quanto dei limiti del movimento palestinese stesso.
Per Nicola, la liberazione della Palestina era impossibile senza una rivoluzione araba capace di rovesciare i regimi legati all’imperialismo e, indirettamente, al sionismo.
Militante del Maki e collaboratore del giornale al-Jadid insieme a Emil Habibi, Nicola sosteneva che gli ebrei potessero diventare parte integrante di una rivoluzione comune solo rompendo con il sionismo e abbattendo le barriere della hafrada, la separazione all’interno della classe lavoratrice.
Durante una riunione di partito, rivolgendosi ai militanti ebrei, disse: “voi non volete parlare con noi, voi non conoscete neanche l’arabo”. E aggiungeva che il problema non era soltanto linguistico, ma l’incapacità di condividere uno stesso universo morale e politico.
Forse è proprio qui il nodo centrale: i rapporti di forza cambiano soltanto quando cambia la prospettiva politica. E una prospettiva realmente trasformativa non può restare intrappolata dentro i confini nazionali. Anche quando quello Stato, come nel caso palestinese, non è mai realmente nato.
Rompere le barriere nazionali, leggere la questione palestinese dentro una dimensione più ampia e soprattutto di classe: forse è questa una delle poche strade che restano aperte.
Suggerimenti di lettura:
Jimena Vergara, “Liberazione palestinese e rivoluzione permanente”. in https://www.lavocedellelotte.it/2025/02/12/liberazione-palestinese-e-rivoluzione-permanente/
Ran Greenstein “A Palestinian Revolutionary: Jabra Nicola and the Radical Left” in https://www.palestine-studies.org/en/node/78424
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